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Marrakech
Piero Maderna

Whisky Berbere

Dall’Atlante al deserto e ritorno con lo zaino e un fratello berbero

by Piero Maderna published on
August 2013 / 10 days 37
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Ouzoud Falls

Travel diary

18/8/2013: Khenifra - Ouzoud

Khenifra è solo una tappa di
passaggio. Ci alziamo presto per prendere il primo autobus per Beni Mellal.

Da qui, in Grand Taxi fino ad
Azilal. Ormai siamo a pochi chilometri da casa di Salah.

Prima di tutto andiamo
all’hammam. Non è uno di quelli lussuosi che si vedono nei film, riccamente
decorati e pieni di maioliche luccicanti. È un hammam vero, popolare, anche se
oggi non c’è quasi nessuno perché è domenica. Ne avevamo bisogno, comunque, per
buttar fuori un po’ di tossine e rilassarci come si deve.

Poi andiamo al souq per fare
una grande spesa di frutta e comprare dei vestitini nuovi per le bambine.

Con questo carico saliamo su
un altro taxi, che ci porta fino a Ouzoud. Casa, finalmente.

Certo, uno si immagina la
vita nel Marocco rurale ma quando poi ti ci trovi fa un altro effetto. Vivono
in nove (due famiglie con bambini e la madre di Salah) in una casa di forse 70
mq, senza acqua corrente e solo con un bagno alla turca. La corrente va e
viene, per quando c'è comunque non manca la tv satellitare, anche se piccola.
Ci sono mandorli, ulivi, galline che scorrazzano, 11 pecore, 3 gatti e un
asino. Per l'ospite hanno attrezzato un giaciglio fatto di tappeti cuciti dalle
donne di famiglia.

L’accoglienza è calda, con un
enorme piattone di cous cous e un altro traboccante di fette di melone.

Ma la cosa più bella sono le
bambine. C’è Ouarda di quasi 5 anni e Jalila che ne ha quasi 3, come la
cuginetta Nassima. Lei è figlia del fratello di Salah, che ora è via per
lavoro, e ha anche un fratellino di appena un mese.

Certo con loro la lingua può
essere un problema. Per ora parlano solo tashelhit; l’arabo lo studieranno
quando andranno a scuola, il francese lo prenderanno solo dal terzo anno. Se
poi andranno alle medie, che qui non è banale, faranno anche inglese o
spagnolo. Ma, nonostante tutto, con poche parole chiave e tanti gesti e sorrisi
si stabilisce un canale di comunicazione. Sono bellissime, di una vivacità
contagiosa, ridono con niente e non si lamentano mai.

Come tutti i bambini di
quell’età sono curiose, parlano, fanno domande. E si arrabbiano se non
rispondi, vogliono attenzione.

Cerchiamo di spiegare loro
che vengo da molto lontano e per questo non capisco la loro lingua. Per fortuna
c’è un piccolo aereo di plastica, lo prendo e inizio a farlo volare facendo il
rumore con la bocca. Decollo, volo, poi atterraggio. Poi ancora decollo, e così
via. Ridono come matte, la più grande sicuramente capisce, le altre almeno si
divertono.

E poi ho l’arma segreta: il cellulare.
Basta far loro qualche foto, poi fargliele vedere, fargliene vedere altre a
caso, e restano incantate. Ma è questione di un attimo, poi Ouarda ha già
imparato a farle scorrere, a ingrandirle e a rimpicciolirle. Ripete facilmente
tutto quello che faccio io. Muove agilmente il ditino, come se lo facesse da
una vita.

E non si può davvero
sospettare che abbia già visto uno smartphone. Salah ha un vecchio cellulare di
non so quanti anni, col vetro rotto e che non fa nemmeno le foto.

Resto veramente stupito, ma
Salah mi conferma che è molto intelligente. Certo, cuore di papà, ma in questo
caso mi pare che non si possa che essere d’accordo con lui.

L’unico problema è anche le
più piccole vogliono giocare col gioco nuovo; cerco di far fare qualcosa anche
a loro, senza che facciano troppi danni.

Abbiamo anche comprato una
tavoletta con i numeri, le lettere e gli animali. Provo a insegnare a Ouarda i
numeri da 1 a 10, prima in francese e poi in inglese. Lei ripete tutto, senza
sbagliareuna pronuncia.

Dopo cena guardiamo anche le
foto del nostro viaggio, quelle dove c’è Salah, che abbiamo fatto stampare in
un fotolaboratorio ad Azilal. Le più gettonate, ovviamente, sono quelle di papà
sul cammello.

Poi Salah insiste perché
guardiamo il DVD del matrimonio del fratello di Fatima, sua cognata. È un
matrimonio tradizionale berbero, celebrato ad Agadir, città di origine della
famiglia di Fatima. La cerimonia è suggestiva, con belle musiche, grandi
tatuaggi all’henné e infiniti cambi d’abito della sposa. Ma dopo due ore inizio
ad essere seriamente preoccupato della durata… Salah, con naturalezza, mi
informa che dura sicuramente più di 6 ore. Con tatto commento che è un segno
del diverso valore dato al tempo in Europa e in Marocco, lui ne conviene. Per
fortuna, per ora, ci salva un malfunzionamento del lettore DVD. Tutti a nanna.

19/8/2013: Cascate di Ouzoud

Nonostante il “letto”
improvvisato dormo benino e vengo svegliato solo dal canto del gallo.

Colazione e poi, dopo due
anni, si torna alle cascate, stavolta con più calma e con la piccola Ouarda al
seguito. C’era già stata una volta, ma è comunque felicissima. Le piace tutto,
sgrana gli occhioni e cammina instancabile su per i sentieri con i suoi
sandaletti, per mano al papà e a volte anche a me. Ogni tanto va anche da sola,
sa quando può e quando non può.

Le cascate sono sempre uno
spettacolo incredibile ma non può essere come la prima volta, forse quest’anno
c’è anche un po’ meno acqua.

Nel primo pomeriggio torniamo
a casa e passiamo il resto della giornata in giardino, tranne una breve
passeggiata con le bambine. Jalila, la più piccola, tiene il muso al papà: è
arrabbiata perché non l’ha portata alle cascate, ha visto andare la sorella e
non riesce ancora a mandarla giù. Lui cerca di spiegarle che è ancora troppo
piccola, che presto porterà anche lei, ma non c’è verso.

Prendiamo il tè in giardino,
poi Salah va “dal vicino”, dice lui (in realtà sta a un paio di chilometri),
per concordare la consegna di un carico di mandorle.

“Ma dove vai? E le bambine?”
gli chiedo io.

“Tranquillo, vedrai che sono
buone” fa lui.

È vero, sono buone, ma non
sono esattamente abituato a doverne gestire tre, senza nemmeno parlare la loro
lingua… anche se, per la verità, ho sviluppato un vocabolario minimo che aiuta:
Wakha (sì, va bene), la (no, questo non si fa), jalla (su, andiamo), baraka
(basta, stai ferma). Con queste quattro parole e chiamandole per nome riesco
più o meno a cavarmela… e poi mi viene di nuovo in aiuto l’amico smartphone.
Ouarda con quello la tengo buona, grazie anche ad alcuni filmati di musica;
Nassima canta e balla da sola, Jalila si dedica alle costruzioni: è convinta
che, mettendo un sasso sull’altro, prima o poi riuscirà a tirare su una casa.

Per fortuna Salah torna
abbastanza presto. Dopo un po’ arrivano anche i “vicini”, con tre muli pronti
per il carico. Naturalmente offriamo il tè anche a loro.

Tra loro c’è una signora
molto anziana, o che sembra tale (qui si invecchia presto…), dal viso incartapecorito
dirughe, che cammina appoggiandosi ad
un bastone. Mi alzo per farla sedere ma Salah mi intima di stare seduto, ché ci
pensa lui. Va a prendere uno sgabellino di plastica dove potrebbe sedersi
giusto un bambino. Lei lo guarda, rifiuta con dignità e resta in piedi
appoggiata al suo bastone.

Questo episodio mi
infastidisce non poco, ma non ho il coraggio di fare discussioni. Certo, se
avevo dei dubbi, mi fa realizzare che in questa società rurale c’è ancora
parecchia strada da fare per le donne. È strano vedere come, finché sono
bambine, se si avvicinano alla tavola dei grandi (degli uomini naturalmente, le
donne mangiano sempre in cucina) nessuno le manda via, anzi possono
mangiucchiare qualcosa anche loro e sono vezzeggiate e coccolate da tutti. Poi,
quando diventano donne, via: in cucina.

La cena diventa faticosa per
me, perché inizio ad accusare un po’ di malessere allo stomaco. Mi dispiace,
perché temo che si offendano nel vedermi rifiutare il loro cibo, ma non ci
posso fare niente. Lo spiego a Salah, così mangio quello che posso del tajine e
un po’ di frutta.

Le bambine nel frattempo sono
crollate, dormono tutte come sassi. La giornata è stata lunga per loro. Mi
dispiace di non poterle salutare come si deve, visto che domattina dovrò
partire presto, ma va così.

Dopo cena, non si scappa: c’è
la seconda puntata del matrimonio berbero. Guardiamo un secondo DVD e un
pezzetto del terzo, poi si fa veramente troppo tardi e ce ne andiamo a dormire.

Piero Maderna
Next leg: Essaouira

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