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Marrakech
Piero Maderna

Whisky Berbere

Dall’Atlante al deserto e ritorno con lo zaino e un fratello berbero

by Piero Maderna published on
August 2013 / 10 days 37
  •  Friends

Merzouga

Travel diary

16/8/2013: Gola di Todra - Merzouga

E il giorno dopo si scoprì
che il bus andava solo fino a Erfoud. Ma poco male.

Un altro Grand Taxi (stavolta
in quattro, ci sembra un lusso) ci porta di buon’ora dalla gola a Tinerhir. Il risveglio
alle 6.30 è traumatico, perché di nuovo manca la corrente e siamo costretti a
lavarci e prepararci al buio.

Il bus per Erfoud è ancora
strapieno e il viaggio è quanto mai “caldo”. All’arrivo anche i nostri due
nuovi amici spagnoli appaiono esausti. Nel frattempo abbiamo scoperto qualcosa
di più su di loro.

Lei si chiama Amaia ed è
basca, di San Sebastian. Lui, Eduardo, è canario di Tenerife. Vivono a Madrid.

Lei lavora per l’ACNUR, dove
ha conosciuto anche Laura Boldrini. Il suo lavoro le ha permesso di vedere
mezza Africa e un bel po’ di America Latina. Ma è un’appassionata viaggiatrice
(zaino in spalla) anche per diletto: mi raccomanda il Laos e alcuni posti poco
turistici della Thailandia.

Lui è un consulente
“economista” (così si definisce) che lavora per una grande società, ma dentro
assicura che gli batte un cuore ambientalista.

Al gruppo si uniscono poi
anche due ragazze parigine. Una, Fatima detta Fati, è marocchina di origine. I
suoi genitori sono di Oujda, ma non pensa di andare a trovare i parenti, almeno
non in questo viaggio, il che scandalizza non poco Salah. L’altra sua amica,
Elodie detta Elo, ha un nonno valenciano e perciò parla un discreto spagnolo
(ma si meraviglia molto di come lo parlo io, che non c’ho nemmeno il nonno; in
generale, mi pare di capire da mezze frasi buttate lì che non abbia
un’altissima opinione degli italiani).

Da Erfoud a Merzouga altro
Grand Taxi, stavolta in sei. Le due francesine si siedono davanti e l’autista
impazzisce: non guarda la strada (per fortuna è un’unica striscia di asfalto
sempre dritta), straparla, dà evidenti segni di squilibrio, parla al telefono
guidando, ecc.

Merzouga: ora ci siamo,
questo è il Sahara. Grazie ad un contatto fornitoci dall’albergatore di Todra
Gorges, che viene a prenderci al taxi, ci portano a mangiare, ma solo frutta.
C’è un caldo terrificante, non riusciremmo a mangiare altro, e poi Amaia ha
problemi di stomaco. Dice che non può mangiare nemmeno il melone e si perde
parecchio, perché è ottimo e freschissimo. Ma al momento la sua dieta prevede
solo banane e coca cola.

Ci portano poi in una casa
con un accogliente salottino, dove ci illustrano tutti i dettagli
dell’escursione nel deserto, anzi delle varie possibili escursioni.

Si può andare ad un semplice
accampamento (40 min di cammello, anzi dromedario) o all’oasi (circa due ore).

Abbiamo escluso a priori il
fuoristrada, che permette ovviamente escursioni più lunghe, ma per noi è troppo
costoso e poco ambientalmente sostenibile.

Il tempo passa, tra un
bicchiere di tè alla menta e l’altro. Qui lo chiamano whisky berbere: è sempre
la stessa battuta, l’avrò sentita almeno venti volte, ma ogni volta si sorride
e si brinda fingendo che sia la prima…

Alla fine tutti propendiamo
per l’oasi, ma cerchiamo di ottenere una riduzione del prezzo da 350 Dh/persona
a 300. Il nostro ospite, Mohamed, è restio: dice che lui non è uno che ruba, i
suoi soldi li guadagna onestamente, dobbiamo capire che lui sostiene dei costi
per portare noi e la roba nel deserto, insomma fa un po’ l’offeso. Ma poi, con
l’accordo che per cena avremo solo tajine, tranne Amaia che chiede e ottiene il
riso in bianco, ci concede lo sconto.

A questo punto siamo tutti
d’accordo tranne le francesi, che sono ancora indecise.

Primo problema: il dromedario
ha una gobba sola; vogliono il cammello, quello con due gobbe, perché secondo
Elo è più comodo. Questo, però, si risolve (quasi) subito perché purtroppo c’è
un piccolo dettaglio: qui non vivono cammelli, il loro habitat è in Asia
centrale. Mohamed lo afferma deciso, le due sono un po’ dubbiose, della serie
“ma non è che se andiamo da un altro ce l’ha?”, ma quando tutti confermiamo che
è come dice lui si convincono.

Il secondo problema è più
spinoso: sono venute con l’idea di dormire in un hotel con piscina a Merzouga
(sanno che ce ne sono almeno un paio) e andare solo poi nel deserto, semmai
domani. Ma, per quanto la cosa sembri folle, l’essenziale è la piscina, non il
deserto. Io e gli spagnoli ci guardiamo attoniti, ma sembrano decise, anche
perché poi scoprono con immenso dolore che, mais n’est pas possible, all’oasi
non c’è la doccia! Finché Salah tira fuori l’idea:

“Ma perché non venite con noi
e teniamo il gruppo unito? In piscina potete andare domani”.

Questa semplice ma saggia
considerazione le fa vacillare, finché cedono: è fatta, si va tutti.

A dir la verità Salah
vorrebbe seguirci a piedi, non capisco se per paura del dromedario o nella
speranza di farmi risparmiare qualcosa, ma in ogni caso gli dico che non se ne
parla: lui farà quello che facciamo tutti.

Nell’attesa della partenza, a
turno ci facciamo una doccia (dato che all’oasi non c’è…) e si chiacchiera.

Con difficoltà, usciamo vivi
da una discussione sulle differenze tra Europa e Marocco nei rapporti tra
uomini e donne. La conclusione è che sono ancora grandi, ad eccezione delle
città principali del Marocco, che sono un po’ “europeizzate”. Ma, prima di
arrivarci, da parte dei due berberi presenti (senza contare Salah, che
saggiamente si astiene) ne sentiamo un po’ di tutti i colori. Alcune sono
evidenti spacconate, ma comunque segno di un retroterra culturale che è duro a
morire. Per fortuna in questo momento non c’è Amaia, la conosco ancora poco ma
mi dà l’idea che avrebbe mal sopportato questo genere di conversazione.

Per alleggerire il clima,
Mohamed si esibisce in questa battuta: “Sapete qual è il punto più alto di
Parigi (Paris)?”

Fioriscono risposte tipo la
Tour Eiffel, Montmartre, Montparnasse e altri posti di cui non ricordo i nomi.
In realtà la risposta è “il punto sulla i”. Segnatevelo.

Finalmente si parte. Il
viaggio non è dei più agevoli. Si balla non poco, soprattutto quando il
dromedario sale e scende dalle dune. Per le parti basse (tutte) e per la
schiena non è un toccasana. Per di più la mia bestia, ogni volta che ci
fermiamo anche un minuto per fare delle foto, si siede. Forse pensa ogni volta
che siamo arrivati, non lo so. Fatto sta che ogni volta devono farlo rialzare e
io devo cercare di restargli in groppa.

Anche Fatima ha qualche
problema, credo non trovi una posizione comoda. La fanno scendere, le sistemano
la sella e si riparte. Salah invece se la cava più che bene.

Il deserto, comunque, ripaga
di tutto. Le dune cambiano colore ad ogni minimo cambio di luce e le nostre
ombre lunghe sono le nostre sole compagne nel mare di sabbia.

All’oasi la serata passa in
un clima piuttosto allegro e ciarliero, nell’attesa di un tajine che non arriva
mai.

All’inizio, quando eravamo
ancora a Merzouga, si era pensato di usare l’inglese come lingua franca del
gruppo, peraltro tutto mediterraneo, ma le francesi, soprattutto Fatima, hanno
evidenti problemi. Allora alterniamo francese e spagnolo. Elodie, che conosce
sufficientemente bene entrambe le lingue, traduce in caso di particolari
difficoltà.

Si parla soprattutto di
viaggi, con qualche digressione politica. Purtroppo l’eco delle banane tirate
alla Kyenge è giunto fino in Francia e in Spagna; mi trovo quindi costretto a
spiegare che non siamo un popolo di razzisti, almeno non potremmo e non
dovremmo permetterci di esserlo con la storia che abbiamo, ma ci sono degli
idioti che sollecitano questi sentimenti. Si sa, poi, che la crisi non fa che
acuire il risentimento dei mediamente poveri verso i più poveri di tutti. Non
so se riesco ad essere convincente, ma ci provo.

Mustafa, il ragazzo che ci ha
portato fin qui, fa l’intrattenitore e intanto ci prova un po’ con Fatima, con
tutte le scuse possibili: le insegna a farsi il turbante e mette alla prova il
suo berbero, che peraltro è diverso da quello che parla lui. Lei, essendo del
Nord, parla Tarrift. Lui, come tutti qui nel Marocco centrale, parla Tashelhit.
Non credo che le differenze siano sensibilissime, ma ci sono.

Alla fine la cena arriva tardi
ma è abbondante: oltre al tajine e al riso di Amaia, ci portano anche
l’insalata marocchina.

Dopo una breve passeggiata sulle dune alla luce di una
torcia, ci corichiamo all’aperto
davanti alla tenda. La notte all’inizio
è nuvolosa, ma poi il vento inizia a soffiare impetuoso
(almeno per noi, come sempre i locali minimizzano) e spazza il cielo; quindi la
stellata sopra di noi è
notevole. Alla fine anche il duo che ho soprannominato "tres jolie a
Paris" pare abbia (quasi) dimenticato la piscina!

Piero Maderna
Next leg: Khenifra

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