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Marrakech
Piero Maderna

Whisky Berbere

Dall’Atlante al deserto e ritorno con lo zaino e un fratello berbero

by Piero Maderna published on
August 2013 / 10 days 37
  •  Friends

Ait-Ben-Haddou

Travel diary

13/8/2013: Marrakech – Ait Benhaddou

Quando entro nel salone degli arrivi,
riconosco subito Salah tra le persone in attesa. Lui ha un attimo di
esitazione, poi ci abbracciamo.

Dopo i primi convenevoli, ci sediamo
a prendere un caffè: gli spiego che ho dormito poco o niente, dato che il volo
partiva molto presto. Ci scambiamo le novità sulle rispettive famiglie: la mia,
in realtà, non è cambiata per niente; nella sua, invece, c’è un nuovo arrivo.
Circa un mese fa gli è nato un nipotino, figlio di suo fratello.

Ma dobbiamo, prima di tutto,
pianificare un po’ il viaggio. Nei nostri contatti via sms non abbiamo deciso
nulla di preciso, c’è un’idea di massima dei posti dove andremo ma non sappiamo
in quale ordine né con quale mezzo.

Come punto di partenza, tiro fuori
dal portafogli un pezzo di carta di una stecca di sigarette su cui lui, due
anni fa, mi aveva scarabocchiato un possibile itinerario tra montagne e deserto.
Riconosce la sua scrittura, forse non se ne ricordava nemmeno ma è felice di
vedere che l’ho conservato. Concordiamo che, più o meno, il giro sarà quello.
Ma si pongono alcuni problemi: in quale senso farlo? E andare a casa sua subito
o alla fine del giro? L’idea iniziale che mi aveva prospettato via sms era di
andarci subito, dormire una notte lì e partire il giorno dopo. Ma, per fare il
giro nel senso che a lui sembra migliore, dovremmo tornare qui a Marrakech,
vorrebbe dire perdere un altro giorno di viaggio. Allora decidiamo di andarci
soltanto alla fine, forse sarà anche più bello così: per lui sarà una sorta di
ritorno a casa e per me… crescerà la curiosità di conoscere sua moglie e le sue
bambine.

Prendiamo quindi un Petit Taxi (taxi
cittadino) per raggiungere la stazione degli autobus, dove prenderemo un
pullman diretto ad Ait Benhaddou, che sarà la prima tappa del nostro tour.
L’operazione sembra semplice, ma vedo che lui inizia subito a contrattare sul
prezzo. A quanto sembra, secondo lui il taxista chiede troppo. Probabilmente,
con la cifra che chiede, a Milano faresti due semafori, ma vai a spiegarlo a
Salah. Normalmente, almeno per i percorsi cittadini, i prezzi sono abbastanza
fissi, ma lui non so come riesce a ottenere uno sconto e si parte.

Attraversiamo la città, che mi
rimanda immagini quasi familiari: ho passato quattro giorni qui, due anni fa,
in un ostello costruito in un vecchio riad a due passi dalla grande piazza, la
Djemaa el Fna. Per capire dove siamo cerco con gli occhi il minareto della
Koutoubia, che mi faceva da punto di riferimento per orientarmi nella medina.

La calura si fa sentire; la
temperatura, apparentemente, è di “solo” 29°C, ma l’aria che entra dai
finestrini del taxi sembra sparata da un enorme phon.

Alla stazione degli autobus ho la
conferma che Salah ha preso molto sul serio il suo ruolo di guida. Si occupa
lui di tutto, dal chiedere informazioni sugli orari, ai biglietti, alle
bottiglie d’acqua da comprare per l’attesa e per il viaggio. Pretenderebbe
anche di portarmi lo zaino, ma su questo sono irremovibile: lui è mio amico,
anzi mio fratello, non il mio sherpa. Tu porta il tuo, gli dico, ché io mi
porto il mio. Certo, il mio pesa sui 12 kg, il suo è parecchio più leggero: è
partito per un viaggio di una settimana con uno zainetto da gita di un giorno.
Dice che se occorre si laverà la roba, forse ha ragione lui.

Si è perfino fatto prestare da un
amico una guida Routard in francese, così possiamo cercare insieme un posto per
dormire presso la nostra prima destinazione. Io ho naturalmente la mia fedele Lonely
Planet, quindi le possiamo confrontare. Come avrò modo di capire durante tutto
il viaggio, anche se ovviamente sono io a pagare per entrambi lui, nella
scelta, ragiona sulle sue tasche, non sulle mie. Perciò sceglie sempre i posti
più economici, più “popolari”, per così dire. Non che questo necessariamente mi
dispiaccia, anzi. Certo, lo standard non sarà proprio “europeo”, ma non
importa… e poi se provo a fare obiezioni o a proporre posti di livello anche
leggermente superiore dice: “No my brother, this is expensive!”.

Non mi va per niente di dirgli
“Senti, dato che pago io fammi scegliere qualcosa di più decente”. Sarebbe come
dire che i posti dove va lui, e dove va il 90% dei marocchini quando viaggia,
fanno schifo, mi suonerebbe davvero offensivo. Perciò accetto di buon grado.

Abbiamo quasi due ore di attesa prima
che parta l’autobus. Il primo problema è trovare un buon posto dove aspettare
all’ombra. La stazione è strapiena di gente ovunque. Salah mi spiega che è
perché il Ramadan è finito da pochi giorni e molta gente, che si è spostata per
la festa che celebra la fine del mese del digiuno, ora sta tornando a casa.
Perciò in questi giorni, in tutto il paese, gli autobus sono ancora più pieni
del normale.

Una volta trovato il posto,
approfittiamo di questo tempo per raccontarci quello che ci è capitato in
questi due anni. Comunicando prevalentemente via sms, siamo costretti in genere
ad essere molto stringati. Io gli racconto della mia operazione alla gamba e
dei miei viaggi; sul lavoro solo due parole, non lo voglio annoiare ed è anche
difficile trovare il modo di spiegarglielo in un inglese che sia comprensibile
per lui. Da lui scopro invece che la famiglia sta bene, a parte suo padre che
purtroppo è mancato, e anche gli affari non vanno poi male, tanto che sta
cercando di aprire un nuovo bar più grande proprio accanto al vecchio. Se tutto
va bene, inshallah, potrebbe aprire entro due o tre mesi.

Il pullman, oltre che strapieno, è
veramente vecchio e malandato, l’aspetto non è molto incoraggiante. Ma è vero
che in Marocco questa è quasi la normalità, ad eccezione delle due compagnie
più grandi, che operano a livello nazionale.

La più grande, la CTM, ha standard
buoni anche per l’Europa: bus nuovi, comodi, con aria condizionata, posti
prenotati, addirittura i bagagli vengono numerati e portati con un apposito
carrellino. Poi c’è Supratours, che è un gradino sotto ma ancora di livello
accettabile anche per chi non vuole viaggiare come si viaggia in Africa. Va da
sé, però, che, a parte i prezzi più alti, queste due coprono solo una minima
parte dei possibili percorsi, sostanzialmente quelli che riguardano le grandi
città. Tutte le altre compagnie, che lavorano a livello locale o regionale,
sono completamente un altro mondo. I mezzi sono quello che sono, l’aria
condizionata è un sogno, capita frequentemente che una decina di persone viaggi
in piedi nel corridoio e che si viaggi con il portellone aperto. Per quanto
riguarda gli orari, bè, sono… flessibili. Nel senso che può capitare, anche se
è meno frequente, che se è pieno il bus parta mezz’ora prima. E capita
frequentemente che, se non è totalmente pieno, parta mezz’ora dopo, per
aspettare altri passeggeri. Questo succede anche per le fermate intermedie,
almeno per le più importanti, quindi i tempi di percorrenza possono facilmente
allungarsi.

Ma io questo lo so, ho scelto
consapevolmente di viaggiare una settimana “da marocchino” e questo fa parte
del viaggio.

Questa volta il ritardo è decisamente
accettabile, neanche un quarto d’ora dopo l’orario stabilito si accende il
motoree partiamo.

Può capitare anche, sebbene finora a
dir la verità non mi fosse mai successo, che dopo pochi chilometri si resti
senza gasolio. Ci fermiamo improvvisamente e lontano da centri abitati, all’inizio
temo un guasto meccanico (sì, forse anche quello farebbe parte del viaggio ma
non così presto!) ma Salah va a verificare e mi conferma che è questo: siamo a
secco. Evidentemente l’autista ha sbagliato i calcoli; forse l’indicatore non
funzionava, niente di più facile.

Ora che siamo fermi, il caldo è quasi
insopportabile.

Ma per fortuna qui non siamo nel
deserto. Nel giro di un quarto d’ora arriva un tizio in motorino con delle
taniche e in poco tempo si riparte. Certo, tenendo conto che ci aspettano
comunque come minimo 5 ore di viaggio se ne poteva fare a meno, ma tant’è…

Il vecchio pullman inizia a
inerpicarsi faticosamente sulle montagne dell’Alto Atlante, attraversando la
Valle di Zat e il Tizi N’Tichka. La strada è molto spettacolare: paesaggi
estremamente diversi, da brullo, aspro e quasi lunare a boscoso, con colori
altrettanto mutevoli.

Facciamo un’altra lunga
sosta, stavolta programmata, in un piccolo villaggio in mezzo al nulla che ha
veramente sapore d’Africa. Ci sediamo a bere qualcosa in un baretto, intorno a
noi razzolano le galline, l’ambiente sarebbe anche piacevole se non fosse che
l’aria è quasi irrespirabile, per un terribile mix di odori: gasolio, scarichi
di motori e olio per friggere bruciato che viene dalle griglie su cui si cuoce
carne di montone all’aperto.

Dopo un altro paio d’ore di
viaggio, arriviamo finalmente ad un bivio, dove scendiamo e ci mettiamo in
attesa di un Grand Taxi, che ci porti ad Ait Benhaddou.

Il Grand Taxi, per chi non lo
sapesse, è di solito una vecchia Mercedes, di quelle vecchie ammiraglie ormai
pronte per la pensione, che in Europa erano destinate a diventare un mucchio di
rottami e che invece a volte incontrano una nuova vita qui, in Africa, a
solcare strade polverose caricate all’impossibile. Già, perché il Grand Taxi
serve a collegare città, o piccoli villaggi, quando non esiste un altro mezzo.
E per i marocchini, quasi sempre, è un Grand Taxi Collectif. Cioè ci si sale in
diversi, diretti tutti più o meno nello stesso posto, e si divide la spesa. Generalmente,
il Grand Taxi si considera pieno quando ci sono sei persone più l’autista, così
disposte: due al posto del passeggero e quattro dietro. E finché non è pieno
non parte.

In questo caso l’attesa è di breve
durata, in pochi minuti raggiungiamo il numero necessario e si parte. Naturalmente
non è il massimo della comodità, ma stavolta è solo per pochi chilometri.

Raggiunta Ait Benhaddou, troviamo
posto per la notte in una Maison d’Hote segnalata sulla Routard di Salah.
Dormiremo in due per 150 Dirham (meno di 15 euro) e il posto non è neanche
male.

Ci sistemiamo e andiamo subito a
visitare la Kasbah del secolo XI con le mura in mattoni di fango e paglia, che
ha fatto da sfondo a diversi filmoni hollywoodiani (Il Gladiatore in primis, ma
anche Lawrence d’Arabia, Gesù di Nazareth, Il gioiello del Nilo…).

Ora ci vivono solo dieci famiglie,
una delle quali ci ospita per un tè rilassante, servito col solito rituale che
prevede di ributtare nella teiera i primi due-tre bicchieri e di versare
tenendo la teiera più in alto possibile, naturalmente senza mancare il
bicchiere.

La kasbah è talmente congelata nel
tempo da apparire un po’ finta, ma lo scenario è sicuramente unico e la quiete
è pressoché totale. Il silenzio è rotto solo, di tanto in tanto, da urla di
bambini e versi di animali (asini, capre, galline), fino al cantilenante
richiamo del muezzin per la preghiera della sera.

Staseracena leggera e a nanna presto, perché c’è
molto sonno da recuperare e qui non c’è letteralmente niente da fare.

Piero Maderna
Next leg: Todrha

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